Il food sharing contro gli sprechi

14/11/2014 Il food sharing contro gli sprechi

Food sharing
Ogni anno produciamo più di mezza tonnellata di rifiuti pro capite.
Se si moltiplica questa cifra per i 6 miliardi di abitanti del mondo il risultato è impressionante.
In gran parte sono imballaggi e rifiuti inerti o apparecchiature elettroniche. Ma anche solo una bottiglia di plastica è riciclabile e in alcune zone del pianeta il recupero ed il riciclaggio è un reddito che permette il sostentamento di interi nuclei familiari.

Ci sono vere e proprie squadre di lavoro, composte anche da donne e bambini (che spesso lavorano di notte perché di giorno sono a scuola), che grazie a questa enorme quantità di spazzatura riescono a sopravvivere, rivendendo questi materiali a grosse aziende per il riciclo o in mercatini rurali per il riutilizzo.

Il consumismo sfrenato del 20% degli abitanti del pianeta diventa il sostentamento primario per altri.
Ma non manca neppure chi recupera rifiuti organici per cibarsene.

Secondo i dati del Rapporto 2014 Waste watcher – Knowledge for Expo, in Italia ogni nucleo famigliare butta in media 35 chili di alimenti ogni anno, per un valore complessivo di 8,1 miliardi di euro.
Almeno un prodotto su 5 messo nel carrello finisce in pattumiera: carne, ortaggi, latticini, pesce, prodotti confezionati, … talvolta senza nemmeno finire in tavola.
Altre 300.000 tonnellate finiscono direttamente dai campi o dalle industrie alimentari direttamente in discarica, a causa della deperibilità dei prodotti, della loro conservazione e distribuzione nei punti vendita o semplicemente perché invenduti.

Complessivamente 10 milioni di tonnellate di alimenti lasciati marcire o smaltiti in discarica ma sufficienti per sfamare 44 milioni di persone, i 3/4 degli italiani! Tutto questo è in una situazione di crisi economica e in alcuni casi nonostante le mode delle diete.

Cibo e pattumiera

Come possiamo porre rimedio a questo spreco alimetare? La soluzione sembra essere il food sharing, ovvero la condivisione di cibo, declinazione in chiave socio-ambientale dell’economia della collaborazione (sharing economy). Ripensare il binomio rifiuti-alimentazione è la chiave per salvare la Terra e gli abitanti del pianeta.

Qualche altro dato per sensibilizzare le nostre coscenze: per produrre gli 1,6 miliardi di tonnellate di alimenti che finiscono in discarica, infatti, vengono utilizzati il 30% della superficie agricola del pianeta e 250 miliardi di litri d’acqua, pari al consumo della città di New York da qui al 2134. Non solo: il trasporto, la trasformazione e la conservazione del cibo sprecato sono terza fonte di inquinamento mondiale a causa di 3,3 miliardi di tonnellate di emissioni di anidride carbonica ogni anno.

Secondo le logiche occidentali ed i modelli imposti dalla pubblicità sono soprattutto di carattere commerciale: il cibo deve sembrare bello, non essere buono. E deve essere facile da confezionare. Quando si impacchettano le mele, non c’è tempo di cercare quali sono buone e quali marce: se ce ne sono anche soltanto un paio bacate l’intera confezione viene scartata. Ma l’80% di ciò che viene gettato è ancora buono e consumabile.

Un progetto pilota tedesco, interamente finanziato tramite il crowdfunding e costato solo 12.000 Euro, ha raccolto le adesioni dei foodsaver, che recuperano gli sprechi e li mettono a disposizione della collettività ed i foodsharer, gruppi di cittadini collegati tramite una piattaforma internet.
In un anno sono state recuperate 515 tonnellate di alimenti.
In sintesi il food saving consiste, previo accordo del movimento con le catene della grande distribuzione, sensibilizzate in queste senso e che oltretutto hanno un ritorno di immagine, nel selezionare tra gli scarti dei supermercati quello che è ancora buono e consumabile.

Non solo frutta ed ortaggi, ma anche prodotti in scatola con confezioni rovinate, latticini che spariscono dagli scaffali prima della scadenza perché il supermercato vuole dare un’idea di elevata rotazione dei prodotti, pane del mattino che non può più essere proposto ai clienti il pomeriggio. Gli alimenti buoni vengono poi condivisi (food sharing) sia attraverso un sistema di depositi urbani – ricavati in punti di ritrovo quali spazi ricreativi, palestre, parchi pubblici e persino case private – sia attraverso la piattaforma online.

Cosa succede in Italia? Per ora poco. La spesa alimentare è calata del 12,8% dal 2007 al 2013 e il 26% degli italiani si dice sensibile all’ambiente e contrario allo spreco ma quando si tratta di controllare le date di scadenza sulle confezioni ci confermiamo degli spreconi. Ci sono timide iniziative on line (www.scambiacibo.it) anche se proprio nel 2015 in Italia il tema dell’Expo sarà “Nutrire il pianeta”.

Atmosfera Italiana, sul suo portale, propone cibo buono – e non solo bello! – ed ecosostenibile e ha lo scopo di sensibilizzare tutti sui temi alimentari. Visita il nostro e-shop e grazie per aver letto questo post.

Fonte: lettera43.it

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